L'Europa e le sue istituzioni invecchiate
L’unificazione dei mercati, stimolata dalla creazione della moneta unica, fu vista come l'unica via. Il sommarsi di una serie di shock globali, ultimo e decisivo l’attacco russo all’Ucraina, ha portato al suo sgretolamento
di Mauro Magatti
La forma istituzionale dell’unione Europea riflette le idee e le speranze prevalenti tra gli anni 80 e i primi anni 90. Preso atto delle insuperabili resistenze nazionalistiche, l’unificazione dei mercati — stimolata dalla creazione della moneta unica — fu vista come una via che avrebbe dovuto permettere di quadrare il cerchio: creando interessi convergenti, il mercato avrebbe stemperato le divergenze politiche e in questo modo l’Unione avrebbe raggiunto i suoi obiettivi di fondo, aggirando il nodo dell’unità politica. Un pensiero che l’Europa mutuava dalla logica della globalizzazione neoliberale che in quegli anni sembrava capace di tenere insieme il mondo intero.
In effetti, per circa trent’anni, quell’idea cardine (che in realtà sanciva implicitamente i rapporti di potere esistenti che nel caso europeo vedevano nella Germania l’attore di riferimento) ha retto diversi urti. Ma alla fine, il sommarsi di una serie di shock globali — ultimo e decisivo l’attacco russo all’Ucraina — ha portato al suo sgretolamento. A partire dallo spartiacque della crisi finanziaria del 2008, i populismi, i nazionalismi, i fondamentalismi hanno riguadagnato ampiamente spazio. Fino da arrivare alle accelerazioni della seconda presidenza Trump che ci consegnano definitivamente a una nuova epoca.
L’idea che fosse possibile integrare intere società — e addirittura il mondo intero — per via di un’infrastruttura funzionale centrata sull’economia di mercato e sulla tecnologia rivela oggi la sua fallacia.
Per due ordini motivi.
Il primo è che questa integrazione ha fatto emergere interessi divergenti che, a poco a poco, hanno riportato alla ribalta la centralità della politica sulla scena mondiale.
Il secondo ha a che fare col fatto che quell’idea di integrazione funzionale — per definizione neutra dal punto di vista valoriale — era destinata a scontrarsi con i giacimenti culturali radicati nelle diverse regioni del mondo. Il tema identitario (chi sono? a quale storia appartengo?) si è rilevato bene più resistente di quanto si è pensato. E col tempo è ritornato con veemenza al centro della dinamica politica.
La crisi in cui versa l’Unione europea è comprensibile solo all’interno di questo ribaltamento. Le basi istituzionali che la fondano rimangono infatti politicamente molto limitate. L’Unione continua a essere basata su trattati che regolano i rapporti tra Stati. Con la Commissione che, con un mandato politico molto limitato, è per lo più confinata a compiti attuativi e regolativi. Che fatalmente tendono ad appesantire l’ impalcatura burocratica. Una concezione sempre meno adeguata rispetto alla grande instabilità del tempo che viviamo.
Di fronte alla accelerazione di queste ultime settimane, Ursula Von der Leyen ha replicato la risposta adottata cinque anni fa nel bel mezzo della crisi del COVID (quando venne approvato il Next generation eu). Ma si tratta un tentativo che mette l’ennesima pezza a un vestito ormai vecchio.
Sia in tema di posizionamento geopolitico (a cominciare dal rapporto con la Russia e dal ruolo da giocare nel processo di pacificazione) che di politica migratoria (con il dibattito sulla chiusura delle frontiere esterne, i rimpatri forzati e più in generale con l’esigenza di una politica Europea nei confronti dell’Africa); sia in tema di innovazione tecnologica (dove si deve mettere insieme l’esigenza di regolazione delle nuove tecnologie digitali con la necessità di investimenti adeguati per non accumulare un ritardo irreparabile) che di politica ambientale (come la UE si vuole qualificarsi nel momento in cui Gli Stati Uniti si tirano fuori dagli accordi internazionali mentre la Cina ne fa leva di sviluppo industriale, come sta accadendo con le macchine elettriche?) su questi (ed altri) temi, l’Europa ha urgentissimamente bisogno di scelte politiche per riuscire a navigare il mare tempestoso della post globalizzazione. Ma tali scelte politiche non sono possibili nel quadro istituzionale esistente.
Serve dunque un nuovo passo istituente che può diventare reale quando la politica europea riuscirà finalmente a comprendere che i tempi sono davvero cambiati. L’integrazione funzionale è necessaria ma non sufficiente. Oggi più che mai, la posta un gioco è la capacita di fare passi concreti verso l’integrazione politica. Il dibattito sollevato in questo i giorni a partire dall’oggettivo bisogno di una difesa comune e di una politica estera europea é una straordinaria occasione per fare un passo in avanti.
CorSera
L’unificazione dei mercati, stimolata dalla creazione della moneta unica, fu vista come l'unica via. Il sommarsi di una serie di shock globali, ultimo e decisivo l’attacco russo all’Ucraina, ha portato al suo sgretolamento
di Mauro Magatti
La forma istituzionale dell’unione Europea riflette le idee e le speranze prevalenti tra gli anni 80 e i primi anni 90. Preso atto delle insuperabili resistenze nazionalistiche, l’unificazione dei mercati — stimolata dalla creazione della moneta unica — fu vista come una via che avrebbe dovuto permettere di quadrare il cerchio: creando interessi convergenti, il mercato avrebbe stemperato le divergenze politiche e in questo modo l’Unione avrebbe raggiunto i suoi obiettivi di fondo, aggirando il nodo dell’unità politica. Un pensiero che l’Europa mutuava dalla logica della globalizzazione neoliberale che in quegli anni sembrava capace di tenere insieme il mondo intero.
In effetti, per circa trent’anni, quell’idea cardine (che in realtà sanciva implicitamente i rapporti di potere esistenti che nel caso europeo vedevano nella Germania l’attore di riferimento) ha retto diversi urti. Ma alla fine, il sommarsi di una serie di shock globali — ultimo e decisivo l’attacco russo all’Ucraina — ha portato al suo sgretolamento. A partire dallo spartiacque della crisi finanziaria del 2008, i populismi, i nazionalismi, i fondamentalismi hanno riguadagnato ampiamente spazio. Fino da arrivare alle accelerazioni della seconda presidenza Trump che ci consegnano definitivamente a una nuova epoca.
L’idea che fosse possibile integrare intere società — e addirittura il mondo intero — per via di un’infrastruttura funzionale centrata sull’economia di mercato e sulla tecnologia rivela oggi la sua fallacia.
Per due ordini motivi.
Il primo è che questa integrazione ha fatto emergere interessi divergenti che, a poco a poco, hanno riportato alla ribalta la centralità della politica sulla scena mondiale.
Il secondo ha a che fare col fatto che quell’idea di integrazione funzionale — per definizione neutra dal punto di vista valoriale — era destinata a scontrarsi con i giacimenti culturali radicati nelle diverse regioni del mondo. Il tema identitario (chi sono? a quale storia appartengo?) si è rilevato bene più resistente di quanto si è pensato. E col tempo è ritornato con veemenza al centro della dinamica politica.
La crisi in cui versa l’Unione europea è comprensibile solo all’interno di questo ribaltamento. Le basi istituzionali che la fondano rimangono infatti politicamente molto limitate. L’Unione continua a essere basata su trattati che regolano i rapporti tra Stati. Con la Commissione che, con un mandato politico molto limitato, è per lo più confinata a compiti attuativi e regolativi. Che fatalmente tendono ad appesantire l’ impalcatura burocratica. Una concezione sempre meno adeguata rispetto alla grande instabilità del tempo che viviamo.
Di fronte alla accelerazione di queste ultime settimane, Ursula Von der Leyen ha replicato la risposta adottata cinque anni fa nel bel mezzo della crisi del COVID (quando venne approvato il Next generation eu). Ma si tratta un tentativo che mette l’ennesima pezza a un vestito ormai vecchio.
Sia in tema di posizionamento geopolitico (a cominciare dal rapporto con la Russia e dal ruolo da giocare nel processo di pacificazione) che di politica migratoria (con il dibattito sulla chiusura delle frontiere esterne, i rimpatri forzati e più in generale con l’esigenza di una politica Europea nei confronti dell’Africa); sia in tema di innovazione tecnologica (dove si deve mettere insieme l’esigenza di regolazione delle nuove tecnologie digitali con la necessità di investimenti adeguati per non accumulare un ritardo irreparabile) che di politica ambientale (come la UE si vuole qualificarsi nel momento in cui Gli Stati Uniti si tirano fuori dagli accordi internazionali mentre la Cina ne fa leva di sviluppo industriale, come sta accadendo con le macchine elettriche?) su questi (ed altri) temi, l’Europa ha urgentissimamente bisogno di scelte politiche per riuscire a navigare il mare tempestoso della post globalizzazione. Ma tali scelte politiche non sono possibili nel quadro istituzionale esistente.
Serve dunque un nuovo passo istituente che può diventare reale quando la politica europea riuscirà finalmente a comprendere che i tempi sono davvero cambiati. L’integrazione funzionale è necessaria ma non sufficiente. Oggi più che mai, la posta un gioco è la capacita di fare passi concreti verso l’integrazione politica. Il dibattito sollevato in questo i giorni a partire dall’oggettivo bisogno di una difesa comune e di una politica estera europea é una straordinaria occasione per fare un passo in avanti.
CorSera
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