Perché Trump affascina una generazione giovane e digitale? Lo capì per primo un «cervello» della Cia
di Federico Rampini
Elon Musk è solo la punta dell’iceberg. O il maschio-alfa capobranco. Ma cosa c’è nella pancia dell’iceberg? Chi sono i membri del suo branco? Un fenomeno che pochi hanno capito nell’establishment culturale americano, e ancor meno in Europa, è il consenso crescente del trumpismo in una generazione giovane e digitale. Lo spostamento a destra della Silicon Valley è stato spesso analizzato, ma per lo più focalizzando l’attenzione sui grandi capitalisti, e il loro eventuale interesse ad abbracciare il trumpismo. Questo approccio rovescia l’ordine delle cose.
Nel mondo Big Tech ci fu prima di tutto una rivolta della base, dei giovani digitali, contro la cultura «woke» e il conformismo progressista. Il fenomeno delle criptovalute – culturalmente ispirato alla ribellione antiautoritaria contro la banca centrale, simbolo dello Stato-Leviatano – avrebbe dovuto servire da segnale premonitore. Un altro segnale è l’emergere di un personaggio come JD Vance, il vice di Trump, che ha avuto una sua iniziazione alla Silicon Valley: nel suo discorso «sovversivo» alla conferenza strategica di Monaco, una cosa che lo ha reso insopportabile agli europei è stato il suo attacco ultra-libertario alle restrizioni di linguaggio e censure che molti paesi del Vecchio continente praticano in nome dell’antifascismo. Quel discorso di Vance è apparso come un insulto all’Europa, ma è in sintonia con il nuovo clima anti-woke tra i giovani della Silicon Valley. Solo che in passato i movimenti giovanili erano per lo più di sinistra e si ribellavano contro un establishment conservatore, mentre la rivoluzione in corso prende di mira un establishment di sinistra e usa Trump per abbatterne l’egemonia.
Qualcuno aveva capito e previsto tutto questo, molti anni fa. Per la precisione nel 2014, due anni prima che Trump vincesse contro Hillary Clinton. Mi riferisco a Martin Gurri, un personaggio particolare, non molto conosciuto in America e quasi ignoto agli europei. L’ho ascoltato ieri in un podcast del New York Times, intervistato da Ezra Klein: illuminante. Ho poi trovato sul sito del New York Post (tabloid di destra, di Rupert Murdoch) una sua difesa controcorrente del discorso di Vance a Monaco.
La biografia di Gurri è interessante quanto le sue idee. Non è proprio un ragazzino, ha 75 anni, eppure ha dimostrato una capacità eccezionale di comprensione delle Generazioni X e Z. Viene dalla diaspora cubana, la sua famiglia fuggì dall’isola dopo aver conosciuto due dittature, quella fascista e quella comunista. Gurri deve le sue intuizioni al suo mestiere precedente: era un analista dei media all’interno della Cia, per la centrale d’intelligence divenne un esperto del mondo digitale, prima della blogosfera, poi dei social.
Il suo saggio «The Revolt of the Public», lui dovette auto-pubblicarselo nel 2014 non avendo trovato un editore. Solo in seguito alla prima elezione di Trump e a Brexit, venne riscoperto e ripubblicato nel 2018 diventando un’opera di riferimento. Oggi i temi che quell’opera anticipava sono diventati di dominio comune: un intreccio fra le dinamiche dei media moderni, la sfiducia nelle istituzioni, l’ascesa del populismo. Lui fu tra i primi a spiegare come l'era digitale ha trasformato il discorso pubblico, eroso l'autorità tradizionale e favorito riallineamenti politici.
«The Revolt of the Public» sostiene che questa rivoluzione dell'informazione ha creato un pubblico frammentato, altamente scettico nei confronti delle élite e delle istituzioni. La democratizzazione dell'informazione ha permesso alle persone di esaminare più da vicino le figure di autorità, ma ha anche generato caos. Le istituzioni che una volta controllavano le narrazioni—come governi, media tradizionali e grandi aziende—hanno faticato ad adattarsi a questa nuova realtà, perdendo credibilità nel processo. Questa sfiducia ha creato terreno fertile per leader populisti che prosperano in ambienti mediatici decentralizzati e caotici. Sono tutte constatazioni che oggi appaiono scontate, quasi banali: non lo erano 11 anni fa, quando non c’erano state né l’elezione di Trump né Brexit.
Per Gurri, Trump rappresenta un «agente del caos» capace di sfidare il potere istituzionale radicato. La sua abilità nel dominare le narrazioni digitali e resistere alle critiche incessanti dimostra una padronanza dell'ambiente mediatico frammentato descritto in «The Revolt of the Public». Gurri vede il trumpismo come una necessaria interruzione di un ordine politico stagnante e insensibile ai sentimenti del pubblico.
Molti nella Silicon Valley inizialmente si opponevano a Trump; ma via via hanno finito per giudicare le sue politiche—come la deregolamentazione e il sostegno all’innovazione—vantaggiose per le startup e il progresso tecnologico. Questo allineamento riflette un cambiamento culturale più ampio, in cui gli innovatori tecnologici privilegiano la rottura degli schemi rispetto alla preservazione degli allineamenti politici tradizionali.
Un altro aspetto è essenziale per spiegare il ribaltamento di fedeltà di questa giovane generazione: la dittatura del conformismo «woke», spinta fino a comportamenti autoritari, censori, repressivi. Un fenomeno che ha avuto le sue manifestazioni più estreme in certi campus universitari della California – fucine di giovani esperti digitali – per poi arrivare, in ritardo ma in forme non meno radicali, nella vecchia Europa. Per Gurri l'establishment progressista è diventato sempre più ostile alla libertà di espressione. Lui sostiene che le élite progressiste hanno ripudiato la difesa della libertà di parola e promuovono la censura, con il pretesto di combattere la disinformazione o proteggere la democrazia. Questo cambiamento riflette la loro convinzione che un discorso non regolamentato—soprattutto online—possa manipolare l'opinione pubblica e portare a risultati dannosi.
Gurri è stato fra i primi ad analizzare quello che chiama il «complesso industriale della censura», in cui agenzie federali, organizzazioni private e media tradizionali collaborano per controllare il discorso digitale. Vede questo fenomeno come una distorsione dei valori democratici tradizionali: invece di considerare il governo come la principale minaccia alla libertà, i progressisti ora vedono le voci dissenzienti all'interno della società come il pericolo principale. Questo giustifica sforzi di censura che colpiscono in modo sproporzionato le opinioni conservatrici o libertarie, mentre permettono alle narrazioni progressiste di dominare le piattaforme principali.
Per Gurri, questa tendenza rappresenta una minaccia profonda ai principi democratici. Sopprimendo le voci dissenzienti e controllando il discorso pubblico, le élite progressiste apparentemente rafforzano la loro egemonia culturale, però alienano ampie fasce della popolazione, peggiorano la sfiducia nelle istituzioni e le divisioni sociali.
Questo è il contesto del discorso di JD Vance a Monaco: percepito dall’establishment tedesco ed europeo come una grave interferenza nella politica locale, e un appoggio a partiti anti-sistema tra cui l’estrema destra dell’AfD, la denuncia di Vance contro la deriva autoritaria del Vecchio continente è in buona parte ispirata da Martin Gurri.
CorSera
di Federico Rampini
Elon Musk è solo la punta dell’iceberg. O il maschio-alfa capobranco. Ma cosa c’è nella pancia dell’iceberg? Chi sono i membri del suo branco? Un fenomeno che pochi hanno capito nell’establishment culturale americano, e ancor meno in Europa, è il consenso crescente del trumpismo in una generazione giovane e digitale. Lo spostamento a destra della Silicon Valley è stato spesso analizzato, ma per lo più focalizzando l’attenzione sui grandi capitalisti, e il loro eventuale interesse ad abbracciare il trumpismo. Questo approccio rovescia l’ordine delle cose.
Nel mondo Big Tech ci fu prima di tutto una rivolta della base, dei giovani digitali, contro la cultura «woke» e il conformismo progressista. Il fenomeno delle criptovalute – culturalmente ispirato alla ribellione antiautoritaria contro la banca centrale, simbolo dello Stato-Leviatano – avrebbe dovuto servire da segnale premonitore. Un altro segnale è l’emergere di un personaggio come JD Vance, il vice di Trump, che ha avuto una sua iniziazione alla Silicon Valley: nel suo discorso «sovversivo» alla conferenza strategica di Monaco, una cosa che lo ha reso insopportabile agli europei è stato il suo attacco ultra-libertario alle restrizioni di linguaggio e censure che molti paesi del Vecchio continente praticano in nome dell’antifascismo. Quel discorso di Vance è apparso come un insulto all’Europa, ma è in sintonia con il nuovo clima anti-woke tra i giovani della Silicon Valley. Solo che in passato i movimenti giovanili erano per lo più di sinistra e si ribellavano contro un establishment conservatore, mentre la rivoluzione in corso prende di mira un establishment di sinistra e usa Trump per abbatterne l’egemonia.
Qualcuno aveva capito e previsto tutto questo, molti anni fa. Per la precisione nel 2014, due anni prima che Trump vincesse contro Hillary Clinton. Mi riferisco a Martin Gurri, un personaggio particolare, non molto conosciuto in America e quasi ignoto agli europei. L’ho ascoltato ieri in un podcast del New York Times, intervistato da Ezra Klein: illuminante. Ho poi trovato sul sito del New York Post (tabloid di destra, di Rupert Murdoch) una sua difesa controcorrente del discorso di Vance a Monaco.
La biografia di Gurri è interessante quanto le sue idee. Non è proprio un ragazzino, ha 75 anni, eppure ha dimostrato una capacità eccezionale di comprensione delle Generazioni X e Z. Viene dalla diaspora cubana, la sua famiglia fuggì dall’isola dopo aver conosciuto due dittature, quella fascista e quella comunista. Gurri deve le sue intuizioni al suo mestiere precedente: era un analista dei media all’interno della Cia, per la centrale d’intelligence divenne un esperto del mondo digitale, prima della blogosfera, poi dei social.
Il suo saggio «The Revolt of the Public», lui dovette auto-pubblicarselo nel 2014 non avendo trovato un editore. Solo in seguito alla prima elezione di Trump e a Brexit, venne riscoperto e ripubblicato nel 2018 diventando un’opera di riferimento. Oggi i temi che quell’opera anticipava sono diventati di dominio comune: un intreccio fra le dinamiche dei media moderni, la sfiducia nelle istituzioni, l’ascesa del populismo. Lui fu tra i primi a spiegare come l'era digitale ha trasformato il discorso pubblico, eroso l'autorità tradizionale e favorito riallineamenti politici.
«The Revolt of the Public» sostiene che questa rivoluzione dell'informazione ha creato un pubblico frammentato, altamente scettico nei confronti delle élite e delle istituzioni. La democratizzazione dell'informazione ha permesso alle persone di esaminare più da vicino le figure di autorità, ma ha anche generato caos. Le istituzioni che una volta controllavano le narrazioni—come governi, media tradizionali e grandi aziende—hanno faticato ad adattarsi a questa nuova realtà, perdendo credibilità nel processo. Questa sfiducia ha creato terreno fertile per leader populisti che prosperano in ambienti mediatici decentralizzati e caotici. Sono tutte constatazioni che oggi appaiono scontate, quasi banali: non lo erano 11 anni fa, quando non c’erano state né l’elezione di Trump né Brexit.
Per Gurri, Trump rappresenta un «agente del caos» capace di sfidare il potere istituzionale radicato. La sua abilità nel dominare le narrazioni digitali e resistere alle critiche incessanti dimostra una padronanza dell'ambiente mediatico frammentato descritto in «The Revolt of the Public». Gurri vede il trumpismo come una necessaria interruzione di un ordine politico stagnante e insensibile ai sentimenti del pubblico.
Molti nella Silicon Valley inizialmente si opponevano a Trump; ma via via hanno finito per giudicare le sue politiche—come la deregolamentazione e il sostegno all’innovazione—vantaggiose per le startup e il progresso tecnologico. Questo allineamento riflette un cambiamento culturale più ampio, in cui gli innovatori tecnologici privilegiano la rottura degli schemi rispetto alla preservazione degli allineamenti politici tradizionali.
Un altro aspetto è essenziale per spiegare il ribaltamento di fedeltà di questa giovane generazione: la dittatura del conformismo «woke», spinta fino a comportamenti autoritari, censori, repressivi. Un fenomeno che ha avuto le sue manifestazioni più estreme in certi campus universitari della California – fucine di giovani esperti digitali – per poi arrivare, in ritardo ma in forme non meno radicali, nella vecchia Europa. Per Gurri l'establishment progressista è diventato sempre più ostile alla libertà di espressione. Lui sostiene che le élite progressiste hanno ripudiato la difesa della libertà di parola e promuovono la censura, con il pretesto di combattere la disinformazione o proteggere la democrazia. Questo cambiamento riflette la loro convinzione che un discorso non regolamentato—soprattutto online—possa manipolare l'opinione pubblica e portare a risultati dannosi.
Gurri è stato fra i primi ad analizzare quello che chiama il «complesso industriale della censura», in cui agenzie federali, organizzazioni private e media tradizionali collaborano per controllare il discorso digitale. Vede questo fenomeno come una distorsione dei valori democratici tradizionali: invece di considerare il governo come la principale minaccia alla libertà, i progressisti ora vedono le voci dissenzienti all'interno della società come il pericolo principale. Questo giustifica sforzi di censura che colpiscono in modo sproporzionato le opinioni conservatrici o libertarie, mentre permettono alle narrazioni progressiste di dominare le piattaforme principali.
Per Gurri, questa tendenza rappresenta una minaccia profonda ai principi democratici. Sopprimendo le voci dissenzienti e controllando il discorso pubblico, le élite progressiste apparentemente rafforzano la loro egemonia culturale, però alienano ampie fasce della popolazione, peggiorano la sfiducia nelle istituzioni e le divisioni sociali.
Questo è il contesto del discorso di JD Vance a Monaco: percepito dall’establishment tedesco ed europeo come una grave interferenza nella politica locale, e un appoggio a partiti anti-sistema tra cui l’estrema destra dell’AfD, la denuncia di Vance contro la deriva autoritaria del Vecchio continente è in buona parte ispirata da Martin Gurri.
CorSera
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